frutto_amaro_2Allo scoccare dell’equinozio d’autunno ogni speranza di raccogliere l’Ampalaya nel primo anno del progetto “Nutrire la Città che Cambia” sembrava perduta, quando ho ricevuto, come si va dicendo di questi tempi, un WhatsApp. Daniele Fedeli, della Società Agricola Corbari di Cernusco sul Naviglio (MI), mi invia la fotografia che tanto speravo di vedere, ma le condizioni meteorologiche sfavorevoli dell’estate appena trascorsa avevano ormai fatto prevalere il pessimismo. “Questa mattina sono passato per caso davanti alle parcelle dove abbiamo seminato gli ortaggi esotici, pensando ai fatti miei, quando la mia attenzione è stata attirata da qualcosa, in mezzo alle foglie dell’Ampalaya…” mi racconta Daniele, e dopo pochi secondi, l’immagine del primo frutto di questa specie realizzato sotto la supervisione del nostro progetto.

 

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In parte avevo voglia di festeggiare il primo frutto di Ampalaya del progetto, proprio come una nascita in famiglia, dall’altra desideravo sciogliere un mio grande dilemma. Ogni volta che ho tentato di mangiare questo ortaggio, non sono mai riuscito a superare lo scoglio del primo boccone, per via del suo tipico e insormontabile sapore amaro, nemmeno quando mi fu offerto durante il viaggio in India. Sembra che il gusto dell’Ampalaya sia fortemente legato al suo eccezionale potere antiossidante, resta comunque un elemento solitamente poco gradito in cucina.

Un’amica che vive nelle Filippine, Venus, mi ha però suggerito come porre rimedio a questo inconveniente. Così mi sono addentrato per le vie strette e ortogonali della parte occidentale del quartiere di Porta Venezia a Milano, dove esistono numerosi negozi gestiti da stranieri che importano questo ortaggio dall’Asia. Ne ho acquistati un paio e ho tentato l’esperimento. Il piatto risultante è stato valutato da un’esperta giuria composta dall’amico Filippo e dal sottoscritto. Considerando il giudizio unanimemente positivo, ecco a voi la ricetta (per quattro persone).

 

2 Ampalaya

1 cipolla bianca

2 pomodori Cuore di Bue

q.b. Olio d’oliva

1 cucchiaio abbondante di sale grosso

1 pizzico di paprika in polvere

2 cucchiai di curry

320 g di riso a chicco lungo

 

Per cucinare l’Ampalaya è necessario tagliare i due apici, e aprire il frutto a metà per rimuovere il midollo bianco e fibroso, contenente i semi ancora immaturi. Una volta eliminati gli scarti il frutto viene tagliato a mezzelune sottili o a listarelle.

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La riduzione del sapore amaro si effettua lasciando a bagno l’Ampalaya già tagliata in una bacinella d’acqua con il sale grosso, per almeno due ore.

 

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In una pentola d’acqua bollente ho fatto sbollentare i pomodori, rimosso la buccia per poi frullarli leggermente. Nel frattempo ho preparato un soffritto con olio d’oliva, paprika e cipolla affettata. Una volta dorata la cipolla ho aggiunto le fettine di Ampalaya, i pomodori passati e il curry. Ho lasciato stufare il tutto fino a che il frutto amaro non è sembrato cotto, di colore bruno e consistenza morbida. Quando necessario ho aggiunto acqua fredda così da amalgamare meglio il tutto, ed aggiustato di sale. Per dare il tocco che mancava, ho aggiunto una manciata di arachidi al naturale. Per gustare il piatto alla maniera indiana, l’ho servito accompagnato da una porzione di riso bianco lessato.

 

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